Intervista di Luigi Pandolfi
con Alessandro Campi*.
“La politica, malgrado
tutto, rappresenta l’unico strumento che gli uomini hanno a disposizione per
governarsi, per restare uniti, per gestire i conflitti che inevitabilmente li
dividono e per cercare di costruirsi un futuro comune. Nel caso di Machiavelli,
la sua lezione più attuale è l’invito a considerare la politica non uno
strumento per redimere l’uomo dai suoi vizi e dalle sue debolezze, ma uno
strumento per governare la contingenza e la dinamica della storia, che, com’è
noto, non procede in modo razionale e prevedibile”.
Parliamo dell’eredità del pensiero di
Machiavelli in rapporto ai temi stringenti dell’attuale temperie politica e
culturale con Alessandro Campi, curatore
della Mostra “Il Principe di Niccolò
Machiavelli e il suo tempo. 1513 -2013” promossa dall’Istituto
della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani e dall’Aspen Institute
Italia. La mostra, che chiuderà i battenti il prossimo 16 giugno, è ospitata presso il Complesso del Vittoriano
a Roma e offre ai visitatori
ritratti ed immagini di Machiavelli nelle diverse epoche, una galleria di
personaggi e avvenimenti che hanno segnato il suo tempo, le più importanti e
prestigiose edizioni a stampa del celebre trattato.
Il Professor Campi (1961) insegna Storia
delle dottrine politiche nell’Università di Perugia. E’ direttore del
trimestrale “Rivista di Politica”, edita da Rubettino, e direttore dell’Istituto
di Politica (www.istitutodipolitica.it).
E’ stato Segretario generale della Fondazione Ideazione e Direttore scientifico
della Fondazione Farefuturo. Attualmente è membro del Consiglio direttivo di “Italiadecide
- Associazione per le politiche pubbliche”. Suoi saggi, articoli e volumi sono
stati pubblicati in Argentina, Belgio, Cile, Francia, Germania, Spagna, Stati
Uniti e Ungheria.
Quest'anno ricorre il cinquecentenario de “Il Principe”. Si può parlare di una
eredità spendibile del pensiero politico di Machiavelli?
I classici hanno sempre qualcosa da insegnare. Nel caso di
Machiavelli, la sua lezione più attuale è l’invito a considerare la politica
non uno strumento per redimere l’uomo dai suoi vizi e dalle sue debolezze (che
sono intrinseca della sua natura), ma uno strumento per governare la
contingenza e una dinamica della storia che non procede in modo razionale e
prevedibile. Il suo realismo, tanto
spesso citato, in fondo è questo: non un’espressione di cinismo e
rassegnazione, ma il convincimento che per
cambiare la realtà bisogna prima
conoscerla (“la verità effettuale delle cose”) e poi agire su di essa con
determinazione e costanza.
Negli
ultimi anni i temi “etici” e le
“questioni morali” hanno avuto un gran peso nella lotta politica italiana. Possiamo
davvero dire che dopo Machiavelli tali questioni sono solo il retaggio di una
stagione prepolitica?
L’idea che Machiavelli sia stato insensibile alle questioni
di natura etica è solo una vecchia favola. Ha spiegato che la politica è cosa
diversa dall’etica, mentre prima – nella tradizione classica - si pensava che coincidessero, ma
non ha mai detto che il buon governante, per essere tale, deve
“necessariamente” e in ogni circostanza muoversi secondo criteri di utilità e
convenienza e non lasciarsi condizionare dai proprio valori. Machiavelli ha
detto una cosa diversa: che talvolta, soprattutto in circostanze straordinarie,
si può essere costretti, nell’interesse della collettività, a prendere misure
che non collimano con i nostri convincimenti morali, ma questo appunto
rappresenta il lato tragico della politica.
Cos’è la politica oggi? Quale la sua reale funzione
nelle nostre società?
A dispetto del discredito che la circonda, rappresenta
l’unico strumento che gli uomini hanno per governarsi, per restare uniti, per
gestire i conflitti che inevitabilmente li dividono e per cercare di costruirsi
un futuro comune. Una mondo senza politica equivale al caos. Se oggi dobbiamo
temere la corruzione e l’inefficienza, in un mondo senza politica – il che
vorrebbe dire senza istituzioni e strutture di governo – si dovrebbe temere
l’anarchia e la sopraffazione dei più forti a danno dei più deboli.
Partendo dal “Principe” di Machiavelli,
persona reale, Gramsci elaborò il concetto di “moderno principe”, riferendosi
al partito politico moderno,
organizzato, ideologicamente strutturato e con una visione generale del
mondo. Cosa rimane di quella soggettività politica? Possiamo dire che col
novecento si è chiusa definitivamente la stagione dei partiti?
Gramsci ha avuto una felice intuizione
quando ha definito “Il Principe” un “libro vivente”, nel senso che si tratta di
un testo che è stato capace di parlare ai suoi lettori, in modo sempre diverso,
nel corso dei secoli. Ma la sua idea che il “moderno principe” dovesse
coincidere con il partito rivoluzionario di massa mi sembra sia stata
sopravvalutata dai critici, come l’evoluzione delle democrazie contemporanee ha
dimostrato.
Oggi si
parla molto di antipolitica e di populismo. E alcuni sostengono che Machiavelli
costituisca una risposta ante - litteram a tali fenomeni. E’ proprio così?
Populismo e antipolitica sono fenomeni che
appartengono ad un orizzonte storico che Machiavelli non ha conosciuto. Ha però
conosciuto la demagogia apocalittica di un politico-predicatore dello stampo di
Savonarola, che non gli piaceva e che considerava pericoloso per gli equilibri
politici fiorentini. Dinnanzi ad alcuni predicatori contemporanei forse
proverebbe la stessa diffidenza.
*L’intervista è stata pubblicata anche sul sito “Calabriaonweb”






























